Io, una studentessa al secondo anno di università che affronta la sua prima esperienza di viaggio da sola nell’Inghilterra degli anni ’70.
Un sogno che finalmente si realizza ma che si presenta difficile non appena arrivo. Emozioni, sensazioni, timori si susseguono freneticamente a tal punto da pensare di ritornare in Italia ma l’ostinazione e altre ragioni mi fanno restare. Con il passare dei giorni quel mondo che mi sembrava così ostile si trasforma in un mondo che non finisce più di stupirmi e dove ogni momento di ogni singola giornata diventa una scoperta sempre più entusiasmante, affascinante ed emozionante.
Quando arriva il momento di ripartire per l’Italia, un’infinita tristezza mi avvolge e il proposito di ritornare in Inghilterra si rafforza al punto tale da ritornarci regolarmente quasi tutti gli anni.

Per chi vuole conoscere le mie sensazioni provate all’arrivo nella cittadina universitaria consiglio di leggere il mio primo libro “La mia prima volta in Inghilterra”.

L’idea che avevo della “vecchia e cara” Inghilterra è rappresentato nella copertina del libro. Immagini che avevo visto sui testi scolastici e che mi sono rimasti impressi finché un giorno non arrivai oltremanica e quelle immagini si sono materializzate in veri taxi neri, autobus rossi a due piani e l’immancabile Big Ben assieme al Parlamento. Non erano semplici immagini ma la realtà che all’inizio mi creò timori e insicurezze. Il mio inglese non era certo dei migliori nonostante frequentassi il secondo anno della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere di Ca’ Foscari a Venezia. Aggiungiamo a questa constatazione – direi importante e alquanto negativa – un’altra problematica da non sottovalutare almeno ai giorni nostri: la tecnologia non esisteva perché questa esperienza risale agli anni ’70. Niente computer, nessun telefonino quindi l’aiuto dell’elettronica era un qualche cosa che si poteva solo vedere nei film di fantascienza. Sono sopravvissuta aiutandomi a gesti, utilizzando una cartina di Londra enorme e alquanto scomoda da aprire e chiudere e telefonando nelle famose e iconiche cabine rosse “mangiasoldi” come venivano definite dagli studenti.

Se qualcuno decidesse di leggere il mio primo libro avrebbe un’idea della visione della capitale che ho avuto al mio arrivo. Non certo quella che si potrebbe avere ai giorni nostri. Da allora tutto è cambiato. Vorrei solo che uno studente prossimo alla partenza verso il Regno Unito leggesse il libro e confrontasse le mie sensazioni e le immagini che mi si sono presentate davanti con quelle che lo studente potrebbe incontrare. Londra è cambiata tantissimo, in meglio specialmente dal punto di vista dell’architettura. Tanto è stato costruito, tanto è stato ristrutturato e rinnovato. Ed è soprattutto il grande lavoro di restauro che ammiro oggi in questa capitale che affascina sempre perché si propone sempre con volti diversi. Si gira l’angolo di una strada e lo stile cambia e spesso non sembra di essere in una megalopoli. Dopo quella prima volta ne sono seguite tantissime altre e ogni volta trovavo qualcosa di diverso, di nuovo o semplicemente rinnovato. All’inizio del 2000 ho trascorso una settimana a casa di una insegnante inglese quindi ho avuto l’opportunità di vedere ed apprezzare questo cambiamento. Ricordo che abitava all’inizio della Zone 2. Londra è divisa in zone e a seconda della zona di residenza si fa un biglietto che si utilizza per tutti i mezzi pubblici. La Zone 1 è quella centralissima che comprende Piccadilly Circus, Trafalgar Square, Buckingham Palace, Kensington, tutti i grandi musei. Io mi trovavo all’inizio della Zone 2 quindi per una immensa Londra ero abbastanza vicino alla zona centrale. Prendevo la Jubilee Line e mi incuriosì una fermata: Canary Wharf

Scesa dalla metro mi sono trovata davanti ad una moderna stazione e all’uscita della scala mobile mi è apparsa una Londra completamente sconosciuta. Nulla a che vedere con la storia che caratterizza la capitale britannica, o forse si.

Canary Wharf: un’altra città. Ma nei tempi passati, o meglio secoli passati, era tutt’altro cha la Canary Wharf che si pone davanti ai nostri occhi. Dipende da dove la si guarda: lo skyline potrebbe far pensare ad una metropoli americana ma poi ci si gira, si cambia direzione ed ecco comparire edifici a due o tre piani che si affacciano sul canale. Tanto è stato costruito da zero così come tanto è stato rinnovato e ristrutturato. Nel passato ospitava i vecchi docks dove attraccavano le navi che trasportavano merci che provenivano dalle Canarie – da qui il nome – e le costruzioni servivano da deposito per le merci. Molti di quei vecchi e malandati depositi sono ritornati a nuova vita e si sono trasformati in abitazioni. I grattacieli ospitano uffici, testate giornalistiche, banche: un vero e proprio centro direzionale concepito partendo dal nulla. Prima degli anni ’80 – anni in cui iniziarono i primi lavori – nessuno pensava di oltrepassare il Tower Bridge, addirittura non si osava nemmeno attraversarlo per passeggiare lungo il South Bank. Era un’area dimenticata da tutti e chi provava ad andarci lo faceva con un certo timore perché non si sapeva che incontri si potevano fare. Ora tutto è cambiato: grattacieli, abitazioni, centri commerciali, ristoranti, bar: una Londra totalmente nuova. Se prima era la City che dettava la sua priorità e potenza ora è Canary Wharf ad imporsi. Oltre alla Jubilee Line e alla Docklands Light Railway, esiste anche un servizio di traghetto lungo il Tamigi che collega l’area a Greenwich e al centro di Londra.

Ho citato il South Bank come era negli anni’70/’80: grigio come il tempo britannico, sporco, edifici abbandonati rifugio per i senzatetto, nessun turista, pochi coraggiosi che si avventuravano per curiosità. Lo feci anch’io con un’amica. Decidemmo di sperimentare questa avventura: camminammo lungo il Tower Bridge e ci trovammo in un altro mondo rispetto a quello che avevamo appena lasciato: folla di turisti che scattavano foto e visitavano la Torre di Londra, tante lingue diverse, il rumore del traffico. Il South Bank: assenza di turisti quindi nessuna foto, nessun vocio, assenza di traffico ma………ad un certo punto ci trovammo di fronte ad un Museo: il London Dungeon o Museo degli Orrori. Ci incuriosì, facemmo il biglietto all’entrata e una persona mal vestita con una benda all’occhio – dall’aspetto poco raccomandabile – ci disse di fare attenzione ai topi che avevano diffuso la peste a Londra e che si potevano incontrare durante la nostra visita. Io e l’amica ci guardammo sorprese e sempre più incuriosite: entrammo e ci trovammo catapultate secoli indietro ai tempi di Jack Lo Squartatore, si sentivano urla provenire dall’interno di vecchi pub ricostruiti dove si intravedevano le ombre di persone che litigavano, che combattevano con coltelli in mano, rumori di bicchieri rotti. Effetti scenografici e sonori e attori hanno ricreato momenti storici di una Londra a noi sconosciuta, ma forse conosciuta solo avendo letto libri o storie di scrittori famosi.